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Oltre l’Algoritmo, Dentro l’Acroyoga: La Rivelazione dell’Inner Engineering

Spesso immaginiamo l’ingegneria come un mondo fatto esclusivamente di numeri e codici. Ma cosa succede quando chi progetta trova il suo equilibrio in una disciplina come l’Acroyoga? In questo contesto, la rivelazione dell’inner engineering può rappresentare una svolta personale profonda.

In questa intervista incontriamo Antonio Arenella un ingegnere specializzato in Robotica e Automazione che sfida gli stereotipi. Dalla passione per la teoria del controllo ai rituali del mattino, fino alla scoperta dello yoga durante il suo percorso in un istituto di ricerca tedesco, emerge il ritratto di un professionista che unisce il rigore matematico a una profonda ricerca di umanità e contatto.

Ecco il suo racconto.

Le radici: tra manualità e astrazione

Se potessi scegliere un lavoro diverso dall’ingegnere, quale sceglieresti?

«Probabilmente sceglierei un lavoro artigianale e manuale. Mi affascina lavorare con i materiali, smontare e rimontare componenti, capire come sono fatti gli oggetti dall’interno. È un tipo di conoscenza concreta, fisica, che in fondo ha molto in comune con l’ingegneria, ma vissuta con un ritmo diverso».

Ricordo che da bambino vidi smontare un televisore e ne rimasi affascinato perché per me era una sorta di “scatola magica” dove i componenti rappresentavano i palazzi di una città in miniatura e le piste erano le strade.

Da lì ho capito che volevo studiare il funzionamento, il meccanismo che c’era dietro quella magia.

C’è una materia universitaria che ha acceso la tua scintilla?

«Senza dubbio Teoria dei Sistemi e del Controllo. L’idea di poter tradurre i sistemi fisici in modelli matematici, prevederne l’evoluzione e sintetizzare altri modelli per controllarli mi affascinava profondamente. Quella curiosità, nata grazie a un professore capace di trasmettermi una vera passione, mi ha portato naturalmente a scegliere la specializzazione in Ingegneria Robotica e dell’Automazione».

Oltre il codice: passioni e ispirazioni

Non solo equazioni, codici e algoritmi. La vita di Antonio è scandita da rituali semplici, come l’odore del cappuccino al bar la mattina, «un piccolo rituale irrinunciabile», e da passioni che esplorano la narrazione e il contatto umano.

Qual è la cosa che ti appassiona di più fuori dal lavoro?

«Oggi l’attività che occupa più spazio nella mia vita è senza dubbio l’Acroyoga. Ho iniziato nel 2019 e mi ha colpito fin da subito l’energia che si crea tra le persone: un mondo fatto di connessioni, fiducia e linguaggi non verbali. Mi ha stupito scoprire quanto si possa comunicare attraverso il semplice tocco. Questa passione mi ha portato a intraprendere il percorso da insegnante, diventando co-istruttore a Pisa».

C’è una figura a cui ti ispiri?

«Satoru Iwata. È stato un grande game designer e dirigente di Nintendo, ma soprattutto una persona dotata di una rara umanità. Una sua frase mi ha sempre colpito: “Non c’è niente di più bello che vedere le persone divertirsi con i giochi che hai programmato”. La sua visione, unita al mio spirito ingegneristico, mi ha portato a specializzarmi nello sviluppo di simulatori. Mi piace definirli come dei “videogiochi per robot”: un buon simulatore ha un obiettivo molto ambizioso, far credere al robot che quella simulazione sia la realtà».

Il “Rush finale” e la gentilezza verso sé stessi

Ogni percorso ha i suoi ostacoli. Per Antonio, il momento di svolta è arrivato lontano da casa, durante la tesi magistrale al Max Planck Institute di Tubingen, in Germania.

È stato quello il momento che ha rappresentato un cambiamento nella tua vita?

«Sì. Era un momento complesso: il coronamento di un percorso di studi travagliato, l’ultimo gradino di un livello durato fin troppo a lungo. Tra scadenze e la difficoltà di trovarmi in un paese straniero, ho scoperto quasi per caso lo yoga. All’inizio mi chiedevo “cosa ci faccio qui?”, ma col tempo ho iniziato a sentirne i benefici, soprattutto sulla mente. Ricordo ancora un momento di profonda quiete, mentre dalla vetrata vedevo la neve cadere copiosa. Tornato a Pisa, ho deciso di continuare quel percorso per ascoltarmi sempre più in profondità».

Se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?

«Col senno di poi ho sicuramente commesso molti errori, a volte per rigidità, altre per insicurezza. Ma oggi so che cercare di evitarli avrebbe significato rinunciare a una parte importante del mio percorso. Ogni scelta sbagliata mi ha costretto a fermarmi, a rimettere in discussione quello che stavo facendo e, soprattutto, a conoscermi meglio. Per questo, più che cambiare qualcosa, tornerei indietro solo per affrontare certi momenti con un po’ più di gentilezza verso me stesso».

Oltre i confini del codice

C’è stato un momento in cui ho deciso di guardare oltre il mio lavoro. Oggi le mie giornate si arricchiscono studiando il game design narrativo e la filosofia orientale. Osservo molto: come il nostro corpo reagisce alle tensioni, come cambiano i legami tra le persone.

Se mi chiedete come mi vedo tra dieci anni, non ho una risposta preconfezionata. Credo che la vita sia un flusso che non si può prevedere. Lascio che sia l’evoluzione a tracciare la strada.

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